Febbraio 1963, Firenze

Galleria La Strozzina

Palazzo Strozzi

Il catalogo della prima personale fiorentina dell’artista viene introdotto da Mario Bergomi e Lara Vinca Masini

Siamo dinanzi agli esiti d’un processo di decantazione e semplificazione: il cui presupposto ritengo si debba ravvisare in uno stato d’animo di raccoglimento e di sazietà: sia di fronte all’orgia e al caos dell’informel sia di fronte al troppo e al vano che il Guarneri aveva immesso nel suo precedente lavoro. Egli s’è come trovato davanti alla tela bianca, sgombrata anche mentalmente dalle grevi strutture che la sopraffacevano, lasciate cadere o messe da parte con sollievo (…). I segni si infittiscono in un tessuto che una linea curva accenna ad isolare più che a chiudere, quasi a suggerire volumi e trame che l’onnipresenza dei bianchi e della luce non cessa di mantenere parventi e virtuali; ma il senso di felicità persiste e nutre di sé questa riluttanza a chiudere, a definire, a bloccare ciò che è appena alluso. Neocostruttivismo, diremo: si tratta però d’un costruttivismo che è impensabile senza l’esperienza informale e che non postula comunque alcun ritorno a Mondrian e alla sua fanatica ascesi: ma si racchiude per ora nei termini di un approdo individuale, d’un reperimento guardingo e al tempo stesso rapito.

Mario Bergomi

 

Attraverso una elaborazione complessa, che recupera i termini di un linguaggio a lui congeniale, il Guarneri ritrova in un crescendo, gli accordi essenziali tra i singoli valori di timbro, in un’armonia generale che ha unità e soavità di tono, e per la resa visuale e per l’intenzionalità poetica. In una stesura luminosa, di un bianco morbidissimo, i colori si pongono come sottili vibrazioni, come allusivo gioco di ombre, e ci si accorge che la loro levità è data dal fatto che colori non sono, ma un sottile e fitto comporsi grafico (…). Se dovessi fare un accostamento mi riferirei a certe esperienze di musica elettronica post-weberniana che si svolgono, se non parallelamente, certo sul filo di una stessa posizione intellettualistica.

Lara Vinca Masini

Novembre 1965, Roma

Galleria Il Bilico

 

La mostra personale, presentata al Bilico di Roma da Umbro Apollonio, viene accompagnata anche dai testi di Guido Montana e Lara Vinca Masini.

Non si tratta di una luce atmosferica, di una luce-ambiente, né di uno spazio prospettico, a fughe di camera ottica. Il problema è sostanzialmente diverso: esso verte su dati di mera figuratività e si basa su una luce e uno spazio mentali, sorretti e governati da una tessitura geometrica (…). Guarneri si propone soluzioni costruttive le cui scansioni siano graduate sulla luce e dove il tracciato geometrico non sia ripartizione di aree disposte in alternativa, ma agisca da guida agli spostamenti dei chiari opalescenti: Tutto è lieve, chiaro, senza scosse, ed esatto, preciso, deciso. Quadrati, rettangoli, rombi si insediano con minimi decentramenti in un’impaginatura per altro rigorosa e le fluente luminose ne seguono con qualità proprie l’andamento palpitante mediante attenta pertinenza. Ne viene così un concorrere di movimenti che ritma una dinamica lenta ma tale da pervadere fino al limite della superficie del quadro. Ciò appare tanto meglio raggiunto nelle opere recenti, laddove il cedimento verso un estenuato sensibilismo, sempre in agguato, è quanto meno arrestato per via della maggiore strutturazione dell’insieme. Mentre qualche tempo fa il contesto del dipinto minacciava quasi di sfarsi in una levità luminescente e incerta dei suoi confini, sorta di nebbia indistinta, adesso si determina in settori formali di sicuro imperio ed il colore che tinge l’invadenza della luce assume funzione meno generica.

Umbro Apollonio

 

Un punto di riferimento non aleatorio della operazione pittorica di Guarneri, può certamente ritrovarsi in determinate formulazioni teoriche della Gestaltpsychologie (…). In un quadro di Guarneri la luce è totale: in primo luogo perché assume l’identità del segno e quindi partecipa della stessa struttura, e poi perché viene a svolgere una funzione di contestazione dinamica continua e tuttavia aliena da qualsiasi movimento di causa-effetto; il segno di Guarneri è infatti capillare, fitto, quasi impercettibile, e dà il senso di una luce “statica” che in realtà è il modo a noi congeniale e immediato di assumere la dinamica interna del microsegno. A questo scopo l’artista usa materiale sensibilissimo, soprattutto la grafite, che gli consente di ottenere il segno più leggero che si possa immaginare. Il segno-luce evita lo stesso peso sulla tela, riproponendo al suo posto la pura e semplice tessitura luminosa. Anche la geometria è pretesto alla luce, che in quanto segno si organizza strutturalmente in triangolo, quadrato, in linea intersecante. In questo geometrismo, così poco costruttivo e ortodosso, tutto a un certo punto rischia di rarefarsi e spegnersi. E solo allora ci accorgiamo che la percezione è divenuta soprattutto idea.

Guido Montana

La sua ricerca è sempre più intesa a cogliere la componente essenziale di uno spazio-luce in continua vibrazione, quasi tenuto sul filo di una tensione al suo limite estremo, fino al rischio della rottura, ogni volta ripreso e sorretto in un allusivo discorso di logica concreta. Un discorso estetico basato sulla vibrata impostazione dinamica di un reticolo grafico nella superficie del quadro, che viene a costituirsi come “campo” di eventi dinamico-percettivi, sollecitato a comporsi in “immagine” strutturale. Tra l’oggetto artistico e l’occhio, lo spazio fisico, percorso da vibrazioni luminose, si ripropone come diaframma che definisce il tema grafico, ne compone l’insorgere del segno in linee esatte di forza, che esistono nella luce e ne costituiscono, al tempo stesso, l’indice di presenza. Nella sua configurazione, senza concessioni o indulgenze, affidata ad un’estrema purificazione e rarefazione del segno, quella di Guarneri si caratterizza come impostazione etica, come “disposizione” verso una “immagine” totale del mondo, verso un vivere completamente “costruito” e “codificato” dall’operare artistico.

Lara Vinca Masini

 

Aprile 1969, Firenze

Galleria Flori


Il testo è tratto dal catalogo della mostra personale.

Mi sembra che il problema essenziale di Guarneri in questi ultimi anni sia quello del colore-luce. Un colore-luce distillato, appunto “in laboratorio”, e al quale è subordinato in posizione complementare e rafforzativa, l’infittirsi di segni impersonali, e cioè non gestuali, che occupano o delimitano alcune zone della superficie dipinta; quasi schermi trasparenti che lascino filtrare la luce attraverso una distillazione di secondo grado. Luce anche esso, quindi, questo pullulìo di minuscoli tratti di grafite, o perlomeno luce gli intervalli fra tratto e tratto; luce e non ombra, luce e non forma, sicché lo schema del quadro, apparentemente geometrico o geometrizzante, non è se non un puro pretesto. Poiché un quadro di Guarneri è una struttura di vibrazioni luminose che tendono di volta in volta, a seconda dell’incidenza della luce eterna su quella interna al dipinto, a compenetrarsi o a distaccarsi formalmente.

Cesare Vivaldi